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I comunisti già si preparano a manipolare il voto dei lavoratori al referendum

Davide Romano avatar Lunedì 8 Ottobre 2007, 09:19 in Economia di Davide Romano

Ricordate la frase terribile (di Giolitti): "le leggi per i nemici si applicano per gli amici si interpretano". Per anni è stata additata a destra come a sinistra come una frase spregevole, poichè piegava la legge (che dovrebbe essere uguale per tutti) alle convenienze del momento. Oggi tale espressione viene rilanciata da un leader della sinistra anticapitalista: Franco Giordano. Il leader del PRC infatti, a proposito della prossima votazione dei lavoratori sul referendum, già dice che se vinceranno i no l'accordo andrà modificato. E fin qui va bene. Il problema è che questo signore già annuncia che vuole cambiare il protocollo sul welfare che si sta per votare, anche se i lavoratori lo approveranno. A precisa domanda sulla coerenza di tale scelta, risponde: "Quel referendum andrà interpretato". Capito? Secondo Giordano quindi, anche i referendum, come le leggi, vanno "interpretate". E chi deve interpretare il referendum? naturalmente lui. Se quindi il referendum passasse, secondo Giordano dovrebbero essere i perdenti a darne un'interpretazione autentica. Spettacolare esempio di "democrazia comunista".

Per me , che mi accingo a votare sì a malincuore visto che l'accordo è sbilanciato verso i pensionandi (ai danni dei veri deboli, i precari), questo modo di agire è una presa in giro. Ma allora cosa si vota a fare se Giordano ha già deciso? Mi pare - il suo - un atto gravissimo di mancanza di rispetto del voto dei lavoratori. Pensi piuttosto Giordano a rivedere come vengono spesi i soldi, come egregiamente descritto da Giavazzi qui sotto.

«Le tasse sono una cosa bellissima », ha ripetuto ancora ieri il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Immagino lo pensi anche delle tasse che pagano le famiglie povere per consentire ai figli dei ricchi di frequentare gratis quell'università che ai loro figli spesso è preclusa. Anche l'aliquota del 30% che paga un lavoratore dipendente per consentire allo Stato di tassare solo al 12,5% i Bot detenuti da un ricco rentier. In due anni la maggioranza ha aumentato la pressione fiscale di due punti e mezzo, ma le spese delle amministrazioni pubbliche sono rimaste là dove Berlusconi le aveva lasciate: con questa legge finanziaria continueranno ad assorbire al netto di interessi e investimenti il 40% del reddito nazionale. Questa cifra non è né troppo alta né troppo bassa: in alcuni Paesi lo Stato spende di più, in altri di meno. Il problema è che la nostra spesa pubblica non aiuta i cittadini che più ne avrebbero bisogno. Non finanzia sussidi di disoccupazione generalizzati; non aiuta le famiglie con figli piccoli (certamente non tanto quanto esse sono aiutate in Paesi in cui lo Stato spende di meno, come in Gran Bretagna); non finanzia borse di studio; non fa quasi nulla per aiutare i poveri e le famiglie a rischio di povertà. Al 20% delle famiglie più povere va solo il 12% di tutto quello che spendiamo in welfare, contro il 34% in Gran Bretagna, il 25% in Svezia, il 20 in Germania e Francia. Un terzo dei fondi stanziati a luglio per aumentare le pensioni minime andranno a famiglie che appartengono alla metà più ricca del Paese: il 10% più povero riceverà le briciole, solo il 12%. Le imprese, pubbliche e private, ricevono, sotto forma di aiuti pubblici, 15 miliardi di euro l'anno: denaro che spesso non va agli imprenditori più meritevoli, ma a quelli più abili nel frequentare le cene romane e i corridoi ministeriali. Quando i nostri figli andranno in pensione, in Italia vi saranno sette anziani ogni dieci persone in età di lavoro. Cioè dieci persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne oltre 17 (oltre, perché ci saranno anche dei bambini e dei ragazzi in età scolare). Ciononostante per consentire ai cinquantottenni di oggi di andare in pensione a Natale (e con il metodo retributivo), il governo spende 10 miliardi, prelevandoli con un aumento dei contributi a carico dei giovani precari.
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